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L’Environmental Working Group, un'organizzazione ambientalista americana, ha sommato le emissioni dell'intera fase produttiva della carne: dal mangime al trasporto al supermercato, e ha stilato una Guida al cambiamento climatico per gli irriducibili della bistecca.

Pecore, bovini (in quanto fettine e derivati del latte), maiali e salmoni hanno un impatto climatico superiore a quello dei polli. Nutrirli, allevarli, macellarli e venderli richiede pesticidi, fertilizzanti chimici, combustibile, mangimi e acqua.

Per i ruminanti bisogna anche aggiungere il metano che producono, sia con la digestione che con il letame. Il metano è un gas serra più potente dell'anidride carbonica. Anche se si disperde in 12 anni contro il paio di secoli circa della CO2 finché resta nell'atmosfera riscalda il pianeta fino a 25 volte di più dell'anidride carbonica. Il che dimostra ancora una volta come gli equilibri ecologici siano sofisticati e complessi.

Alla sbarra ci sono proprio gli americani che mangiano quasi il doppio di carne degli europei. Ma il problema è ormai mondiale: fra il 1971 e il 2010, il consumo di carne è triplicato con l’incremento demografico, ma anche con la rivendicazione più che comprensibile di una dieta più ricca di proteine in Paesi come India e Cina.

A questo ritmo, il consumo di carne raddoppierebbe ancora entro il 2050, aumentando la pressione dell'effetto serra. Se l’integralismo vegetariano o addirittura vegano non è per tutti – e forse nemmeno consigliabile – l’appello è a una sorta di re-introduzione del venerdì di magro che i meno giovani ricorderanno ancora.

Un giorno senza carne (che comunque pochissimi mangiavano abitualmente) e/o con altre restrizioni, oltre a una pratica religiosa era, essenzialmente un utile accorgimento salutista. Un po’ come il divieto di consumare carne di maiale che – prima dell’avvento dei moderni suini poveri di grassi – era altamente a rischio nei climi caldi come quelli dei Paesi musulmani. Lo stesso vale per le regole alimentari degli ebrei.

Venerdì o meno, anche un solo giorno senza carne alla settimana garantirebbe benefici immediati in termini di effetto serra.
Calcolato in CO2, corrisponderebbe a 500 chilometri in meno della vostra auto. Per una famiglia di quattro persone, rinunciare a carne e formaggio una volta a settimana, per un anno, equivarrebbe ad azzerare le emissioni dell'auto per cinque settimane e se la carne a cui si rinuncia è la bistecca, le emissioni risparmiate sono quelle di tre mesi in macchina. Se l'intera popolazione americana lo facesse, il risparmio equivarrebbe alla CO2 emessa guidando per 150 miliardi di chilometri. Come togliere dalla strada, per un anno, 7,6 milioni di automobili.

Per gli ambientalisti amanti delle bistecche, va detto è che i calcoli dell'Ewg fanno riferimento agli Stati Uniti e ai metodi di allevamento intensivi e industriali, quelli con gli animali confinati nelle stalle e allevati a ritmi accelerati grazie a un mangime fatto non d'erba, ma di cereali in quantità enorme: oltre 600 milioni di tonnellate vengono infatti destinati, ogni anno, all'alimentazione dei bovini nelle stalle.

Nella catena produttiva di queste granaglie incidono anche pesticidi, fertilizzanti, additivi farmaceutici, gasolio per i trattori e il trasporto. Due terzi di queste 600 milioni di tonnellate di mangime vanno nelle stalle dei Paesi ricchi (la sola America ne consuma un quarto, 150 milioni di tonnellate di soia e granturco per il bestiame). Con quei 600 milioni di tonnellate di cereali, perfettamente idonei all'uso umano, si potrebbero sfamare un miliardo e mezzo di persone.

In altre parti del mondo, peraltro, bestiame più fortunato vive fuori o in ripari "a misura di mucca": l'allevamento all'aperto, a base di erba, su appezzamenti normalmente poco adatti alla coltivazione, taglia tutta la fase delle emissioni di gas serra legata alla produzione dei cereali. Al contrario, mangimi a base di soia o granturco, invece di sottrarre cibo all'uomo, ne aggiungono: il bovino allevato all'aperto trasforma in proteine commestibili l'erba che noi non possiamo mangiare.

Un recente rapporto dell'Union of Concerned Scientists sottolinea che i pascoli sottraggono anidride carbonica dall'atmosfera e la immagazzinano nel suolo al ritmo di una tonnellata di anidride carbonica per ettaro. Il pascolo risulta tanto più efficace sotto questo profilo, quanto più è ricco di leguminose che migliorano la qualità dei foraggi e diminuiscono le emissioni di metano.

Secondo il rapporto, con una corretta gestione dei pascoli le può ridurre fino al 30%. È l'alternativa suggerita dall'Environmental Working Group ai fiorentina-dipendenti. Bistecche e formaggi prodotti in questo modo costano un po’ di più, ma si può rimediare con la penitenza del venerdì e un ridimensionamento delle porzioni pro capite (comunque mangiamo troppo, e questo aprirebbe il doloroso capitolo dell’obesità).

E poi, in vista della Giornata dell’Animale che si celebra il 4 ottobre, non sottovalutiamo il risparmio di sofferenze patite negli allevamenti industriali.

Una ragione in più, probabilmente la più importante, dal punto di vista dei bovini dagli occhi dolci.

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