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LA DONNA DEL MARE
È ancora una bambina e si chiama Muna. Ma come Ellida, la protagonista del capolavoro di Ibsen*, dovrà attendere gli eventi scrutando il mare per poter scegliere finalmente il suo destino?

Muna ha 4 anni e vive in Francia con la mamma in attesa del primo giorno di scuola. Ma qui potrebbero cominciare i problemi perché Muna è apolide.

Apolide (da a-polis, nessuna città) è colui che non è riconosciuto cittadino da nessuno Stato. Apolidi si diventa per origine o derivazione: per origine quando non si è mai goduto dei diritti e non si è mai stati sottoposti ai doveri di nessuno Stato; per derivazione per varie ragioni tutte conseguenti alla perdita di una pregressa cittadinanza e alla mancanza della contestuale acquisizione di una nuova.

In passato il termine aveva una connotazione quasi romantica, da cittadino del mondo libero sotto le stelle (anche se l'assenza di diritti-doveri ha sempre complicato la vita di queste persone, il più delle volte in fuga o alla disperata ricerca delle proprie origini).

Diceva Malraux che la patria di un uomo che può scegliere è là dove arrivano le nubi più vaste.
Oggi le nubi sono minacciose, ossessionati come siamo dalla mania di appiccicare una nazionalità, se non addirittura un campanile, a chiunque il problema si complica anche perché i fenomeni migratori più o meno legali e le guerre in corso moltiplicano la casistica.

La nostra piccola somala è nata in una barca, in assenza di punti di riferimento nautici. Né latitudini né longitudini da esibire ai funzionari parigini.
Muna è nata in mare, figlia di una profuga somala salvata dal naufragio con altri 74 immigrati partiti dalla Libia e diretti verso l'Italia nel novembre del 2008. Se il natante fosse ancora in acque libiche o già internazionali non è dato sapere.

Quando la Yelenia Shatrova, la nave russa che incrociava in quelle acque ha tirato a bordo i naufraghi anche la neonata salì a bordo senza alcuna patria certa. Più fortunati due gemellini, nati nelle stesse condizioni, ma salvati in acque maltesi dalla Marina militare italiana che a bordo di un elicottero li depositò insieme alla neomamma nell'ospedale Mater Dei all'isola di Malta.Mater Dei che provvide immediatamente a registrarli. La bambina invece è rimasta in un limbo civile contrariamente agli elementari principi sanciti dalla Convenzione dei diritti dell'uomo dell'Onu.

Philip Calleja, presidente della commissione per gli immigrati della Chiesa maltese ha aperto un contenzioso su quale nazione dovesse sobbarcarsi la registrazione della piccola Muna. La Russia no, perché la bimba è nata prima dei soccorsi. La Libia o la Somalia da cui fuggivano?
Per ottenere la registrazione anagrafica della figlia Chama Hatra, la madre, ha prestato nel febbraio 2009 dichiarazione giurata chiamando a testimoni i profughi che l'avevano aiutata a partorire, che sua figlia è nata il 2 novembre 2008 mentre era su una barca tra la Libia e Malta, niente di più.

Chama è riuscita a ottenere un lasciapassare per raggiungere nel 2009 la Francia, dove vive grazie a un progetto europeo per la ricollocazione degli stranieri che a causa della piccolezza dell'isola non possono rimanere a Malta. Ma questo non basta a garantire a Muna una patria.

Si stima che nel mondo gli apolidi siano 10 milioni, ma il numero è sicuramente assai più alto in mancanza di un registro che pochi Stati hanno istituito. Una popolazione superiore a quella di tante piccole patrie.

In molte nazioni, compresa l'Italia, si decide con buonsenso di registrare i neonati nella città portuale più vicina alla nascita. È il caso di Lampedusa, dove le puerpere avviate agli ospedali di Palermo, hanno rimpolpato il bilancio anagrafico locale. Yeabsera, una piccola etiope nata a marzo del 2011 al largo di Linosa (ma in acque internazionali) è in un registro dell'ufficio comunale palermitano. Muna al momento non sta da nessuna parte eppure mai come oggi i confini appaiono labili e anacronistici.

In uno strorico discorso il presidente Kennedy ci definì tutti berlinesi. Per un tragico contrappasso nel settembre 2001 fummo tutti newyorkesi. Sarebbe bello definirci oggi tutti apolidi.

*Scritto dal norvegese Herik Ibsen nel 1888, anticipa la difficile condizione femminile nello scegliere tra emancipazione e sicurezza.

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