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SOCIAL SOFTWARE

Paolo Marizza

:In anticipo sulla crisi, le economie territoriali basate sugli agglomerati di piccole-medie imprese sono entrate in sofferenza. Il futuro? Investire  in un "software sociale" che ne liberi la crescita.

 
 
Negli ultimi anni, prima ancora della crisi finanziaria scoppiata a metà 2007, le economie territoriali basate su agglomerati di piccole-medie imprese sono entrate in una fase di turbolenza, evidenziando limiti e rischi che tali configurazioni incorporano in relazione ai mutamenti strutturali dell’economia.
 
Come mai alcune regioni e territori, specializzati in determinati settori industriali non sono state in grado di beneficiare di mercati in crescita o hanno mostrato incapacità nel generare nuove attività che compensassero il declino di attività tradizionali?
 
La mutata natura congiunturale e strutturale del ciclo economico, a livello nazionale e internazionale, enfatizzata dalla crisi sopravvenuta, ha cambiato le regole del gioco.
 
Emergono difficoltà a far crescere attività di ricerca e sviluppo, difficoltà di accesso al mercato dei capitali e, per converso,si evidenziano un peso elevato dell’indebitamento a breve, difficoltà nel rinnovamento di competenze per l’aggiornamento e il miglioramento delle pratiche e degli strumenti di gestione, difficoltà a governare la base di costo.
 
Molte PMI non hanno le dimensioni di soglia minime, collocabili tra 50-100 ml di euro di fatturato a seconda dei settori di appartenenza, per predisporsi a fronteggiare i veloci cambiamenti in atto: le mancate o ritardate risposte agli stessi rischiano di minarne la sopravvivenza e lo sviluppo.
 
In passato, l’appartenenza a un sistema locale (distretto, filiera industriale, ecc.) poteva compensare tali carenze, mentre oggi le PMI hanno difficoltà a trovare sul mercato risorse e soggetti qualificati (enti, istituzioni, banche, società di servizi, ecc.) che offrano un supporto integrato, pragmatico e “su misura” per le loro problematiche operative, gestionali e strategiche.
 
Ma se i veri asset dei sistemi locali e la vera forza di un’economia regionale rimangono la propria capacità di adattarsi, di cambiare comportamenti, di trovare le competenze e i prodotti per adeguarsi ai cambiamenti economici, quale rilevanza vengono ad assumere -nel contesto dei nuovi scenari – fattori  quali la tutela ambientale, le reti di relazioni fra gli attori, i servizi che hanno storicamente concorso al loro successo ?
 
In tema di ricerca e sviluppo, per esempio, molti ritengono che l’inserimento delle imprese locali nelle reti esterne globali sia efficace almeno quanto la localizzazione nel territorio di strutture di offerta tecnologica. Infatti, l’innovazione non è soltanto innovazione tecnologica, ma soprattutto innovazione e sviluppo dei processi manageriali, delle pratiche gestionali, dei meccanismi operativi interni, dei sistemi operativi di interconnessione di clienti, fornitori, partner industriali e finanziari, dei processi di apprendimento delle risorse umane, della governance aziendale.
 
Nei processi di innovazione e sviluppo, in questa accezione, entrano in gioco elementi quali la strutturazione e circolazione delle informazioni, i processi di apprendimento dinamici e il loro effetto cumulato, le capacità e le modalità di interazione degli attori privati e pubblici (imprese, servizi finanziari, università, aree di ricerca, servizi avanzati, agenzie per lo sviluppo e la tutela ambientale, innovazione tecnologica, pubblica amministrazione, ecc.), le dotazioni di risorse immateriali, l’incertezza dei comportamenti, ecc.
 
L’offerta e la disponibilità di questi fattori è condizionata sì dalla dotazione di risorse materiali e infrastrutturali (hardware) a livello territoriale, ma dipende anche dai crescenti livelli di complessità gestionale e sociale che ne limitano lo sviluppo e l’utilizzo mirato da parte delle imprese.
Dipende cioè dal loro livello di organizzazione locale, da una sorta di "software socialeche va sviluppato e adeguato alle nuove condizioni del contesto per abilitare flussi di relazioni formali e informali che determinano la riduzione dei costi di transazione e delle incertezze. E, più in generale, riguarda la possibilità di gestire la complessità dei cambiamenti in corso.
 
In questo contesto le politiche industriali tradizionali per promuovere l’innovazione, la concorrenza, l’attrazione di investimenti, il commercio internazionale, rischiano di essere essere armi spuntate.
Lo sviluppo di nuove aree di vantaggio comparato o semplicemente la rivitalizzazione degli agglomerati esistenti può essere perseguito incentivando integrazioni orizzontali, condivisione di asset lungo la catena logistica, produttiva e commerciale  con il superamento di modalità di coordinamento interaziendale che ne limitano lo sviluppo e la crescita.
 
Ma ciò richiede l’introduzione di “politiche industriali soft”, ovvero di processi basati su approcci cooperativi in cui governi, industria, innovazione tecnologica, finanza e organizzazioni private e pubbliche ai vari livelli possono collaborare per intervenire direttamente sulle criticità che mantengono una bassa produttività nei settori maturi o in quelli innovativi.
Invece di sussidi all'esportazione, sgravi fiscali ecc, si potrebbero costruire programmi e finanziamenti per i cluster territoriali, migliorando l’allocazione delle risorse pubbliche, aumentando l'offerta di lavoratori qualificati, incoraggiando l'adozione di innovazione tecnologica e migliorando regolamentazione e infrastrutture.
 
 
Far evolvere il modo di interagire tra operatori, le politiche e gli strumenti di intervento richiede anche investimenti in sistemi e capacità relazionali, nonché comportamenti caratterizzati da flessibilità e progettualità in grado di svolgere un ruolo di interfaccia e mediazione tra sistemi e imprese locali da un lato, e attori, centri di competenza e ambienti esterni, sia pubblici che privati, dall’altro.
 
Far funzionare le “politiche industriali soft” è compito più difficile rispetto agli approcci tradizionali.
 
Il loro successo dipende dalla qualità del "software sociale". Soprattutto a livello di cluster industriali e territoriali, può fare la differenza nel rinnovare le capacità locali di rispondere ai cambiamenti e quindi nel liberare il potenziale di crescita di tali agglomerati.
 
Per approfondimenti: 


[29/07/2010]


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