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TALENT SHOW

X FACTOR E L'ARTE DI PRENDERE LE MEDICINE

Categoria // Editoriale

La competizione in tv ha ormai raggiunto livelli di raffinatezza e velocità che ci stanno abituando a ritmi e criteri lontanissimi dal concetto di "esperienza".

X FACTOR E L'ARTE DI PRENDERE LE MEDICINE
I programmi televisivi hanno scoperto il format della gara. Non è una notizia: quando la mia generazione apriva gli occhi sul mondo esisteva Lascia o Raddoppia?, e quella sera tutto si paralizzava, spesso anche le sale parto, per rispondere alle domande di Mike e provare lo stesso batticuore del concorrente.

La tv si è evoluta fino ad oggi, in cui assistiamo ad una ossessiva fioritura di competizioni di qualsiasi tipo, dedicate ad ogni tipologia di concorrente, dagli improvvisati ai professionisti, soprattutto dello spettacolo.

L'apoteosi di queste gare si raggiunge con X Factor. Va citata perché difficilmente lascia indifferenti coloro che vi si imbattono, e perché rappresenta un microcosmo di eventi molto concentrato e molto rappresentativo di quanto può accadere ad un individuo fortunato in una intera vita di lavoro (sul canto in questo caso): peccato che accade in poche settimane.

Molti concorrenti, del tutto vergini ma talentuosi, si fronteggiano su tutti i generi musicali possibili fiancheggiati da stuoli di professionisti voice coaches, scenografi, costumisti, truccatori, con a disposizione il massimo possibile di ogni cosa. Lavoro di settimane giorno e notte al cardiopalma, emozioni da infarto una dopo l'altra, ma uno solo vince. Gli altri, centellinati sapientemente puntata per puntata, tornano a fare la parrucchiera, il meccanico, lo studente universitario, ecc. Qualche volta a qualcuno accade il miracolo, e viene ricatturato dalla vita che regala anche a lui la realizzazione del sogno, garantita per contratto invece solo al legittimo vincitore.

Ho sempre pensato, durante queste gare, a quelli che torneranno alla vita normale. Non saranno mai più gli stessi. Una esperienza totale e lancinante come questa apre aspettative e consapevolezze che mal si adattano al rientro in un recinto limitato e spesso emarginato come quello di provenienza. E' la legge della vita potrebbe dire qualcuno.

No. La legge della vita non dice di vivere in un giorno una vita intera e poi tornare indietro come se niente fosse: un'esperienza del genere in overdose, per quanto bella sia, è irreversibilmente tossica. Ogni medicina buona va presa continuativamente in piccole dosi.

La maggior parte dei protagonisti di queste storie sono giovanissimi che invece non vivranno il sogno della loro vita costruendolo con certosina gradualità ma vedendoselo recapitare già fatto e gonfiato sotto i piedi, catapultati prima in un vortice di luci e di applausi, e poi ricatapultati via, per tornare al silenzio e alla definitiva lontananza dalle scene. Un trauma paradisiaco, come mangiarsi un TIR di cioccolato in una notte: se sopravvivi nel tuo futuro devi contemplare almeno un trapianto di fegato.

Tutto sommato vale la pena, dicono in molti. Questo forse si.

Ma allora, per onestà, bisognerebbe inserire nel kit dei partecipanti una premessa intitolata: "Le lezioni della vita le impariamo quando ormai non ci servono più"(Oscar Wilde).

E una delle lezioni da imparare dalla vita sarebbe proprio saper rinunciare in tempo a certe lezioni della vita.
Isabella Goldmann

Pubblicato:

Giovedì, 29 Novembre 2012

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